Guido Sartorelli. Scomporre il luogo comune

Published: 19.03.2026

Illustrazione: Annachiara Mezzanini

Chiunque diventi familiare con Venezia, sa che sembra non arrivare mai il momento in cui si smette di restare sorpresi: da come il sole si insinua tra le calli, da come i colori mutevoli del cielo si rifrangono sull’acqua lagunare, dalla nebbia che tutto avvolge e tutto rende spettrale, dal vento che percorre le vie strette facendo sventolare la biancheria stesa e lasciando sulla pelle una sensazione di carezza. Vivere Venezia significa sapere che, inevitabilmente, ogni giorno questi piccoli eventi si presentano leggermente diversi da quelli del giorno precedente e, proprio per questo, sembrano sempre degni di essere immortalati.

Ci si scopre a scattare l’ennesima fotografia, mentre la galleria del telefono si riempie senza sosta, fino a straripare di immagini: tutte simili, eppure tutte diverse. Scatti della città che si dispongono l’uno accanto all’altro, quasi a farsi compagnia, dando vita ad accostamenti fotografici casuali, a griglie visive composte tanto da soggetti ormai consumati dagli sguardi dei turisti quanto da altri che ci appaiono inediti, sottratti all’immagine canonizzata della laguna, parte di una intima visione di questo specchio di mondo.

Mentre riguardiamo sul nostro cellulare questo personale e fortuito assemblaggio fotografico, frutto di un gesto spontaneo di accumulo quotidiano, recuperiamo dalla memoria alcune opere dell’artista veneziano Guido Sartorelli (1936-2016), per il quale la città di Venezia ha sempre ricoperto un ruolo centrale, non solo perché ha costituito lo sfondo della sua carriera, ma anche per essere stata oggetto delle sue ricerche e indagini artistiche e sociali con cui, grazie al collage, ha trasformato il già visto in nuove possibilità di sguardo.

Il nostro incontro con Sartorelli è avvenuto un po’ per caso quando, nel 2023, ci siamo trovate a interrogarci sulla sua pratica artistica. Non era un progetto pensato da tempo, tutto è nato all’interno di un laboratorio universitario, dove il suo lavoro è emerso poco a poco, attraverso prospettive diverse, tra carte, appunti e materiali d’archivio oggi conservati alla Fondazione Bevilacqua La Masa, a Venezia, allora in attesa di essere sistematizzati. Facendo ciò abbiamo scoperto la figura di Sartorelli, scivolata in un’ombra silenziosa, e apprezzato la profondità del suo sguardo e della sua ricerca, da sempre intimamente legata alla sua città, non solo nel suo disegno urbanistico, ma anche nel suo tessuto sociale.

Le origini di tale produzione si possono far risalire al Sessantotto, anno in cui l’artista prese consapevolezza della necessità di ripensare il rapporto tra arte e società, improntando su di esso la sua ricerca, una “pratica di natura filosofica” che permette all’uomo di vedere oltre, di anticipare temi e problematiche sociali. Sartorelli avviò, così, riflessioni sul contesto urbano, dove la città “è spesso teatro di posa e non solo” (Madesani 2007). Dagli anni Settanta, l’artista ha iniziato a dedicare una parte consistente della propria produzione alle forme della città, affascinato soprattutto dal loro intrinseco essere portatrici dei segni “della nostra cultura critica, del dubbio e della dialettica, ma anche dei nostri comportamenti e dei nostri poteri civili e religiosi democratici o prevaricatori o trasgressivi” (Sartorelli 2003).

L’attenzione e l’analisi verso le città e i segni urbani hanno preso forma, nelle mani dell’artista, attraverso media e tecniche diversi, tra i quali sono stati prediletti il video, il videotape e la fotografia, ritenuti maggiormente consoni per rappresentare la realtà, la società contemporanea e le forme urbane. Dagli anni Settanta, sempre più di frequente, tra le sue opere si trovano collage di vedute urbane, quasi a riprendere, ribaltati di segno, cartoline e puzzle con scorci di città, i più ubiqui souvenir del tempo della turistificazione. Con un approccio al contempo analitico e sintetico, razionale e simbolico, Sartorelli ritrae, scompone e ricompone elementi urbani con i quali costituisce dei collage e delle griglie, talvolta elaborate e fisse nella loro forma, talvolta liberamente assemblabili dallo spettatore. Nel progetto La mia Europa (2003), forse uno degli esiti più articolati e riusciti del suo lavoro sulla città. Con tale progetto, Sartorelli mostra e fa circolare, mediante la pratica combinatoria del collage, le fotografie scattate in alcune città europee, dando spazio a infiniti e minuti frammenti urbani, da ricomporre in unità che restituiscono differenti sintesi del ritratto urbano: un modo, questo, per “attingere all’usuale specificità del linguaggio spaesante dell’arte che a nulla serve se non a interrogarci sulle cose” (Sartorelli 2003).

Come detto, l’artista ha concentrato una parte significativa della propria ricerca sulla città d’origine, alla quale ha dedicato tre mostre in particolare, Il segno urbano. Indagine nel centro storico di Venezia. Analisi e confronti (Venezia, Galleria dell’Opera Bevilacqua La Masa, 5 – 21 marzo 1977), Semiopolis. Venezia come luogo dei segni (Venezia, Galleria dell’Opera Bevilacqua La Masa, 20 ottobre – 11 novembre 1984) e Metamorphoses (Martigues, Chapelle de l’Annonciade, 1987). La prima, articolata in nove sessioni, mirava a stimolare una riflessione sul complesso rapporto tra la città e la contemporaneità, coinvolgendo alcune realtà locali per costruire una lettura condivisa e critica dello spazio urbano; l’idea di fare il punto sui problemi collettivi e affrontarli senza momenti di confronto era considerato un gesto di pura miopia – oggi, lo spirito che anima progetti come ardór resta lo stesso.

In Il segno urbano, l’artista esamina allora “un’altra realtà della città, fuori dalla sua tradizione, con i nuovi strumenti mentali dell’artista critico post-concettuale”, approfondendo “le forme progettate dell’arredo urbano e tutte le altre microforme spontanee presenti sulla scena come tracce della vita sociale” (Sartorelli 1998, 29). La mostra arrivava come esito di momenti di confronto sì, ma anche letture e riflessioni pregresse. Tra i testi della biblioteca dell’artista troviamo, infatti, un numero della rivista “Dibattito urbanistico”, incentrato in particolar modo sulla città di Venezia, dove si legge:

Ancora oggi il “lamento” su Venezia è riferito a una sua immagine oleografica, mitica, idealistica, propria di celebri vedute veneziane.

Con questa direttiva ideale Venezia diviene un oggetto, bello naturalmente, che ci preme conservare; sfugge però un suo approccio come soggetto.

Venezia come entità sociale, quella classica che ha fatto la Venezia fisica che oggi conserviamo gelosamente, con rabbia direi, era qualcosa di ben diverso […]. Venezia era, è, vogliamo che sia in futuro un corpo vivo e reale (Cedolini 1970).

Immagine: Guido Sartorelli, Venezia, 1990, Venezia, Archivio Fondazione Bevilacqua La Masa, fondo Sartorelli, Venezia contro la luna – Uccidiamo il luogo comune.

L’occhio dell’artista si concentra allora su Venezia come soggetto, sulle piccole pieghe del quotidiano, sulle forme minute che interagiscono e si influenzano vicendevolmente con quelle più grandi. Il suo intento è registrare e raccogliere le tracce dei cambiamenti impercettibili, le mutazioni anonime e lente prodotte dallo scontro irrefrenabile e incessante tra materia, umanità e agenti atmosferici. I segni raccolti vengono esposti con la volontà di presentare la città per liberarle dal “luogo comune che abbassa la soglia della nostra coscienza” (Sartorelli 2004, 45). Questa inclinazione lo porta a rifiutare l’appiattimento di Venezia a un oggetto passivo, narrato e rappresentato da un’unica prospettiva, inserito in un’unica, stringente griglia, non scomponibile, né tantomeno ricomponibile:

In genere noi fotografiamo ciò che è già stato fotografato e ciò che ci si aspetta che noi fotografiamo. E se le cose non fotografate si mostrano innanzi a noi non le guardiamo, non le vogliamo vedere. Non le raccontiamo né le tramandiamo. Tutto ciò alimenta l’orribile malattia del luogo comune. Venezia si presta a dimostrarlo in modo eccellente.

La citazione proviene dal progetto mai concluso Venezia contro la luna. Uccidiamo il luogo comune, una summa delle riflessioni avanzate negli anni precedenti e dichiarato richiamo al manifesto Uccidiamo il chiaro di luna di Marinetti, il quale affermava che “Quando gridammo: ‘Uccidiamo il chiaro di luna!’ noi pensammo a te, vecchia Venezia fradicia di romanticismo!” (Marinetti 2000, 10). L’approccio critico di Sartorelli alla laguna nasce da una stratificazione di suggestioni bibliografiche, ma soprattutto da un incontro diretto con le rappresentazioni idealizzate di Venezia, con le quali, da veneziano qual era, si è sempre confrontato – e scontrato. Se Marinetti auspicava una incontrollata urbanizzazione di Venezia, con colate di asfalto a perdita d’occhio, Sartorelli sceglie una via alternativa: “uccidere il luogo comune” vuol dire allora sollecitare lo sguardo critico dell’osservatore, restituendo complessità a Venezia e alle immagini di essa che affollano l’immaginario collettivo – oltre, possiamo aggiungere oggi, a saturare lo schermo dei nostri cellulari. In questo processo, l’arte ha una precisa responsabilità etica: accompagnare il pubblico fuori dai cliché, interrogare il proprio sguardo, far riflettere su dove si posa l’occhio (umano o fotografico che sia). Solo così, si trasformano i luoghi comuni in spazi di consapevolezza e, infine, in luoghi della comunità.

Riferimenti bibliografici

Cedolini M. (1970), Per una demistificazione del problema veneziano, in “Dibattito urbanistico”, nn. 30-31.

Madesani A. (2007), Banchi di nuvole sparse. Note su alcuni recenti lavori di Guido Sartorelli, in Sartorelli G., Metropolis, catalogo della mostra, a cura di Madesani A., Galleria Michela Rizzo, Venezia, 12 gennaio – 14 febbraio 2007.

Marinetti F. T. (2000), Uccidiamo il Chiaro di Luna!, in De Maria L. (a cura di), Filippo Tommaso Marinetti e il futurismo, Mondadori, Milano.

Sartorelli G. (1998), Punto di vista. Cronache e riflessioni intorno a un’esperienza artistica, Supernova, Venezia.

Sartorelli G. (2003), La mia Europa, Edizioni del Cavallino, Venezia, Stamperia DBS, Seren del Grappa, Belluno.

Sartorelli G. (2004), Il libero fluire delle cose nella città notturna (1987), in Sartorelli G., Per pretesto e per amore. Immagini e parole intorno all’arte e alla città, 1968-2004, Supernova, Venezia.

Costanza Mazzuchelli + Elena Barison

Costanza Mazzucchelli è specializzanda in Beni Storico-Artistici, con una laurea magistrale in Storia dell’arte contemporanea conseguita con una tesi sulla pratica socio-politica di Piero Gilardi.
Collabora con istituzioni pubbliche, realtà private e riviste, si interessa di progetti artistici e culturali situati e di archivi del contemporaneo.

Elena Barison è specializzanda in beni storico-artistici e conduce ricerche sull’arte contemporanea, con particolare attenzione alle sperimentazioni verbo-visuali delle neoavanguardie e alle questioni di genere.
Collabora con istituzioni pubbliche, come la Fondazione Querini Stampalia di Venezia, e private, tra cui l’Archivio Tomaso Binga, oltre che con riviste e realtà indipendenti.