Fatalità - con Lavinia Fagiuoli

Published: 21.07.2026

«Stavo proprio pensando a te e sei arrivata adesso, fatalità

«Sono andata a pagare il parcheggio e, fatalità, avevo cinque euro in tasca.»

«Cercavo una cosa e, fatalità, l’ho trovata.»

Fatalità, in veneziano, ha spesso un’accezione neutra, se non addirittura positiva. È una parola che mi affascina perché illumina una forma di fatalismo pragmatico e quotidiano, fatto più di coincidenze fortunate che di destino ineluttabile. In laguna la si usa continuamente, quasi come una piccola formula per riconoscere gli imprevedibili allineamenti della vita. Certo, pur sempre un fatalismo, ma alleggerito dall’ironia e dall’esperienza: meno drammatico, più concreto. Forse, semplicemente, un po’ migliore del solito.

Fatalità ho conosciuto Lavinia tramite una cara amica, Elena. Elena è veneziana, lavora nel mondo dell’arte e dell’editoria, è piena di amici e amiche bellissime. Nel senso profondo del termine: Elena ha proprio amicizie belle, perché lei è la prima ad essere una vera amica. É una ragazza piena di buon senso, generosa e ascolta con attenzione gli altri, e sa tutto quello che c’è da conoscere nel paesaggio sociale di Venezia, che poi è davvero piccolo, come ci si può immaginare, o come si può già sapere. E così, a maggio 2024, tramite cerchi concentrici ed eventi, Elena invita Lavinia ad un laboratorio di disegno dove c’ero anche io, condotto dall’ attivista sudanese Khalid Albaih. Così, fatalità, conosco Lavinia, scopro che è illustratrice, che si è appena trasferita da Milano, ma che spesso ci torna, e che è l’umana di Oriana, un bassotto che le sta in braccio tutto il tempo, ha un debole per gli uomini con il barchino (parlo sempre di Oriana) e che viene benissimo in foto.

Lavinia Fagiuoli è un’illustratrice sempre più conosciuta a livello nazionale. Il suo tratto d’acqua leggiadro lo si incontra su molte superfici, tra cui la carta, la ceramica, e quella di numerose testate giornalistiche come l’Espresso, il Corriere della Sera e ha lavorato per casa editrici come Iperborea, Mondadori, Rizzoli, Sellerio, o per progetti culturali come Isola Edipo a Venezia. Quello che mi ha sempre incuriosito di Lavinia è che è un avvocato di formazione (ancora esercita la professione) ma disegna da sempre. Ora è un’artista a tempo pieno. Nel 2020 il disegno diventa il suo nuovo lavoro. Così abbiamo ho fatto una chiacchierata con Lavinia, in compagnia di Oriana, e ovviamente di Elena, che ci ha preparato la colazione e ci ha ospitate su una terrazza ricoperta di rami e fiori di glicine, in fiore (era maggio).

Alice Ongaro Sartori (AOS): Lavinia, come sei arrivata a Venezia?

Lavinia Fagiuoli (LF): Tutto è iniziato con una residenza alla galleria di Garance & Marion. Abbiamo iniziato assieme, loro con la galleria e io il con il mio percorso d’ artista. Nel 2023 volevano iniziare ad invitare illustratori a passare un po’ di tempo a  Venezia. Studio Lama Farfalla, a San Piero di Castello. E sono stata lì. In quel periodo volevo lasciare Milano. Avevo in testa Roma, Marsiglia, ma poi fatalità, come dite voi, loro mi hanno invitato a fare la residenza. Ed eccoci qui.
Mi ricordo che quando ero piccola avevo visto la Collezione Peggy Guggenheim, avevo visto le foto di Peggy, circondata dai suoi cani e dalle sue opere in casa. Pensavo fosse lei l’artista, che le avesse fatte tutte lei le opere. Ecco, ho detto a mia mamma: voglio dei cagnolini, voglio dipingere, voglio essere a Venezia. Quando sei bambina tu non desideri, tu sei quel desiderio.
Io ho capito che ho trovato il mio posto, la mia appartenenza qui. Le cose criticate della città, come ad esempio che è piccola e c’è poca gente, io la vivo come un vantaggio. Soprattutto quando arrivi da fuori in realtà è l’ideale, conosci tutti in poco tempo. La città è accogliente. Per me fare il ponte quando esco da Venezia mi fa stringere lo stomaco, quando ritorno verso la laguna mi sento finalmente a casa.
La mostra si chiamava Lettere d’amore, le opere le ho prodotte tutte durante la residenza. Il tema era l’amicizia femminile, a cui io tengo molto.

[Lettere d’amore, mostra personale di Lavinia Fagiuoli, 27 giugno – 27 settembre 2023, Garance & Marion, Venezia. Foto di Jacopo Trabuio.]

AOS: Bello il tema dell’amicizia. Le relazioni più forti, quelle in cui ti riconosci, più scevre di alcune emozioni. Alcune persone hanno relazioni amicali spesso complesse da gestire, dove ci sono invidie, io invece ho delle amicizie femminili con cui mi sento una corrispondenza speciale, diretta.
Tu hai sorelle? O fratelli?

LF: Ho due fratelli. Ma con le mie amiche ho un rapporto diretto, senza vergogne, e soprattutto invidie. E quindi ho fatto questa mostra su questo tema. Questa ad esempio è un’opera sulla fatalità dell’amicizia, ovvero perché una persona diventa tua amica? Spesso non lo sai di preciso. Una cosa che è più fatalità dell’amore, per me è l’amicizia. Tu non sai perché qualcuno ti fa ridere, qualcun altro no, da qualcuno ti senti accolto e attratto, da un altro no.
Questa invece è un’opera che hanno voluto le galleriste. Era su un mio quaderno e poi l’abbiamo riprodotta in grande. Io parto sempre dal disegno sul quaderno, come metodo. È un’opera sui masegni, con una sirena nascosta.

[Lavinia Fagiuoli, Masegni, monotipia e acquerello su carta, 30×40 cm, Venezia, 2023.]

AOS: Sono tutti masegni visti dall’alto? Vuoi del caffè?

LF: Si, poi ci sono tutte le bricole, e la sirena vista dall’alto.

AOS: Quindi tu parti dal quaderno, dalla carta, dell’acquerello, e poi?

LF: E poi di solito c’è quasi sempre un collage di quello che faccio. Faccio sempre tutto a mano e poi, alle volte, concludo in digitale. Le opere della mostra personale alla galleria Garance & Marion sono tutte dipinte a mano. C’è anche quest’opera con un San Giorgio e il Drago (versione femminile) a San Pietro, San Giorgio in versione femminile (dedicata ad una mia amica), i pesci di Rialto, San Pietro, il Leone dell’Arsenale, qui siamo io ed Oriana. Questo è stato un po’ l’inizio, poi ho deciso di stabilirmi.

[Lavinia Fagiuoli, San Giorgio non ti serve e il drago, 21×20 cm, tecnica mista, collage, monotipia, acrilici su carta, Venezia, 2023, galleria Garance et Marion.]

LF: Questa è stata una mostra spartiacque. Tema dell’acqua, dell’iconografia Venezia e della casa.
Il luogo ti fa riflettere sulle relazioni che hai intorno, con chi vuoi stare, chi vuoi essere tu. Giugno 2024, opere dello stesso periodo: opera con Milano + Querini. Due personalità che si parlano. Ci sono il Palazzo del Lavoro a Milano e il palazzo della Querini.

[Lavinia Fagiuoli, Due città, illustrazione per una pittura murale per Tabula Rasa Festival, Civitanova Marche, tecnica mista, 2024.]

– Suonano le campane di mezzogiorno –

AOS: Sembrano un po’ le tue due persone divise tra Milano e Venezia. Tu sei laureata in giurisprudenza, e sei avvocato penalista?

LF: No, civilista. Mi sono sempre occupata di bambini. Mi sono laureata in diritto internazionale e la mia specialità ha sempre riguardato le famiglie internazionali, famiglie composte da persone di diverse cittadinanze e/o persone che vanno a vivere in posti diversi, che legge si applica in caso di divorzi, affidamento. Ogni tanto faccio ancora delle cose nel diritto di famiglia.. Il vantaggio è di occuparsi di qualcosa “altrui” e quindi ti allontana dalla posizione egoriferita dell’arte, che comunque nell’arte c’è sempre un po’ di te. Ogni tanto occuparmi di altro delle vite degli altri mi allontana da quella dimensione egoriferita.

AOS: Cos’è che ti ha dato la spinta per dire: adesso io faccio un salto da un’altra parte?

LF: A dire la verità era il fatto dell’ovo sodo. Io lavoravo nello studio, per quello che mi interessava, di Milano ma anche d’Italia. Ero felicissima del mio lavoro, ma sentivo che non stavo vivendo la mia vita. Ho iniziato a pensare che cosa devo fare? Una camminata verso se stesso bambino. Mi sono chiesta cosa mi piacesse fare davvero. Ogni tanto mi chiedevano di disegnare e fare delle cose nonostante io non conoscessi affatto il mondo dell’illustrazione. Così ho pensato di metterci la testa.

AOS: Da piccola disegnavi tanto?

LF: Tutto il tempo.

AOS: Poi l’hai messo da parte crescendo?

LF: Sì, all’università. Io da piccola ero come adesso. Volevo farmi i fatti miei, e disegnare. Poi ero anche super socievole, ma avevo bisogno dei miei spazi per disegnare. Poi mi si è accesa una lampadina quando ho cominciato a capire che poteva essere un lavoro.

AOS: C’è qualcuno in casa che disegna?

LF: Un prozio alla lontana, Ettore, era un grandissimo disegnatore, era un architetto, avevamo in casa tutte le sue incisioni. Ma la mia famiglia era molto tradizionale, non era concepibile intraprendere studi artistici per portare ad un lavoro. L’ho capito più tardi, da sola, che poteva diventare un mestiere, un lento avvicinamento alla mia reale vita.

AOS: A Venezia sei riuscita a dedicare tutto il tuo tempo a questo?

LF: Si, quasi tutto dedicato al disegno. Qui ci sono dei piccoli elementi per un libro a cui ho lavorato per Rizzoli, Il pescatore di stelle. Sono tutti dipinti a Venezia. Il libro è ambientato al mare, ma i disegni sono molto lagunari. Anche questo palmeto l’ho fatto all’isola della Certosa. Mi piace molto disegnare dal vivo.

[Lavinia Fagiuoli, Palmeto, inchiostro su carta, 21×30 cm, disegno preparatorio per le illustrazioni del libro Il Pescatore di stelle di Peppe Millanta (Rizzoli, 2025).]

[Lavinia Fagiuoli, Albatros, inchiostro su carta, 21×30 cm,  disegno preparatorio per le illustrazioni del libro Il Pescatore di stelle di Peppe Millanta (Rizzoli, 2025).]

 

[Lavinia Fagiuoli, Laguna nord, inchiostro su carta, 21×30 cm, disegno preparatorio per le illustrazioni del libro Il Pescatore di stelle di Peppe Millanta (Rizzoli, 2025).]

– Entra Max a farci delle foto –

AOS: Quali elementi del paesaggio lagunare ti hanno influenzata di più, nel tuo disegno?

LF: Come penso sia per tutti, sicuramente lo specchio d’acqua, ha avuto un effetto pazzesco su di me. Ma anche lo scarto di dimensione dallo strettissimo al larghissimo. Camminare in una calle stretta e lunga e poi aprirti improvvisamente alla vastità del cielo o della visione dell’acqua. Sicuramente questo scarto ha dato qualcosa ai miei lavori.

[Lavinia Fagiuoli, Giudecca, acquerello su carta, 40×30 cm, 2024.]

AOS: Lo scrittore americano Mark Twain lo accenna nel suo Gli innocenti all’estero (The Innocents Abroad, 1869), quando soggiorna a Venezia e trova che i pittori che si mettono a rappresentare dal vivo Venezia siano audaci, perché intrappolati: rappresentare Venezia è impossibile, la sua bellezza si mangia qualsiasi talento artistico, e finisce per far assomigliare tutti i quadri.

LF: Si, è difficilissimo rappresentare Venezia. Io ho cercato di trovare la mia porta laterale per entrarci. Come nella mostra Lettere d’amore, che verteva, appunto, intorno al tema dell’amicizia femminile.

AOS: Infatti Venezia non c’è nel titolo.

LF: Esatto.

AOS: Quindi Venezia te la immagini donna.

LF: Si, assolutamente. Sono affezionatissima alle iconografie delle sante. Partendo dalla Madonna dell’Orto – vicino a casa mia, il parroco ormai mi conosce perché la vado a trovare ogni giorno – ma anche Santa Lucia. Mi sembra di vedere una comunità di “noi ragazze” rappresentate sulle superfici della città. Una santa che mi affascina particolarmente è Santa Lucia. Io sono nata a Verona e i bimbi veronesi festeggiano Santa Lucia più di Babbo Natale. Ma Santa Lucia è una figura che fa paura, è cieca e porta i suoi occhi nel piatto. Quando sono venuta a Venezia sono rimasta sorpresa di averla trovata qui nel suo santuario, con una maschera d’argento, un manto bianco e dei piedini mummificati [le sue spoglie sono custodite nella Chiesa di San Geremia, portate a Venezia da Siracusa dove erano originariamente destinate]. La stazione Venezia Santa Lucia si chiama così perché la costruzione era costruita a fianco alla Chiesa che conservava le sue spoglie prima, poi trasferite a San Geremia. I Siracusani l’hanno più volte chiesta indietro ma i veneziani non hanno mai ceduto, così per mettere le cose in chiaro hanno scritto una targa: Santa Lucia è qui e rimarrà per sempre qui. Non so cosa ci sia sotto la maschera. Nel libro Venezia è un Pesce Tiziano Scarpa descrive che il 13 dicembre i veneziani facevano un pellegrinaggio intorno a Santa Lucia che non aveva la maschera, e lui diceva che Venezia è così bella che qui possiamo vedere anche le cose più spaventose.

[Francesco del Cossa (1435-1477), Santa Lucia, tempera su tavola, cm. 77.2 × 56, 1473-74, scomparto superiore destro del Polittico Griffoni conservato nella National Gallery of Art di Washington.]

AOS: È interessante che tu sia legata ad una santa che non ha gli occhi.

LF: E che è finita a Venezia! Un’altra santa che ho conosciuto di recente è Santa Margherita, della cui statua, in Campo Santa Margherita, si sa pochissimo. È una statua antichissima, assemblata con diversi pezzi di riuso scultoreo. La storia di Santa Margherita è simile a quella di San Giorgio e il drago: era stata rinchiusa prigioniera, un drago la minacciava e poi, secondo una delle versioni della leggenda, lo uccise con la sua spada. E una santa molto femminista, e fa tutto da sola.

È passata un’ora dall’inizio delle nostre chiacchiere sul terrazzo di glicine. In questo tempo abbiamo finito il caffè, la spremuta e le brioche. È passata anche la mamma di Elena con suo fratello, Giada con sua mamma, venuta a Venezia per il matrimonio del fratello. Max è stato un po’ in terrazza con noi, così come Oriana.

Nel frattempo è arrivata l’ora di pranzo e io devo andare. Continuo a pensare a Santa Lucia. Le racconto che ho scoperto di essere incinta proprio il 13 dicembre e ricordo una luce tersa, fortissima, che mi sembrava quasi miracolosa. Ho fotografato anche il riflesso della luce sulle vetrine chiuse, da tanta luce c’era quel giorno dorato. Prometto a Lavinia che andremo a vedere insieme Santa Lucia: all’epoca, infatti, non ero ancora mai entrata nella chiesa di San Geremia.

Ripensando al percorso di Lavinia, mi torna in mente uno dei miei film preferiti di sempre: Pane e tulipani, di Silvio Soldini. Ambientato nella Venezia del 2000 che oggi sembra già appartenere a un altro secolo, è una commedia di una leggerezza intelligente che continua a far ridere sale cinematografiche intere, gremite di spettatori della Gen Z. Un film invecchiato benissimo. La mia psicoterapeuta mi aveva consigliato di guardarlo con una certa insistenza, finché non mi sono decisa. La pellicola racconta la storia d’amore tra la dolcissima Licia Maglietta e un timido Bruno Ganz, due persone che, a un certo punto della loro vita, si ritrovano a scoprire un nuovo amore riservato, goffo, pulito, ma, soprattutto, una nuova possibilità di vivere. Rosalba, la protagonista, approda a Venezia quasi per caso. Qui prende le distanze da un marito troppo assorbito da sé e dalla loro routine e riscopre la passione per i fiori, per la fisarmonica e, in fondo, per se stessa. La scena finale del film non parla di amore romantico, secondo me parla proprio dell’amore dell’amicizia. Una festa nel campo davanti a casa, dove cui compaiono tutte le persone che Rosalba ha conosciuto a Venezia e che l’hanno portata a fermarsi qui, a scegliersi, a darsi ad una vita più morbida, magari sdolcinata (è pur sempre una commedia romantica) ma anche più concreta nella sua semplicità. Fatalità, sembra proprio una sagra estiva, come quelle che rincorriamo nell’afa di questi giorni.

[Scena finale di Pane e Tulipani (2000), di Silvio Soldini.]

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Lavinia Fagiuoli è un’illustratrice e artista visiva che lavora tra Milano — nello splendido spazio creativo Bota Fogo — e Venezia, la città che custodisce nel cuore. Il suo lavoro nasce da un rapporto coltivato fin dall’infanzia con il disegno e si sviluppa attraverso tecniche tradizionali come la pittura, il monotipo, la cianotipia, l’acquerello, il collage e la ceramica. Dopo una carriera come avvocata internazionale, Lavinia ha scelto di dedicarsi completamente all’arte visiva. Collabora con case editrici, gallerie e istituzioni culturali, conduce workshop e partecipa a residenze d’artista in Italia e all’estero. Lavora inoltre nell’ambito del cortometraggio d’animazione. Tra i clienti e collaboratori selezionati figurano: L’Espresso, Corriere della Sera (La Lettura, Cook, Sette), Il Sole 24 Ore, Domani, Integrale, Review, Iperborea, Rizzoli, Mondadori, Sellerio, Marsilio, Il Saggiatore, Skira Arte, Isola Edipo, Kasa dei Libri, Minotauro, Biagini per Pitti Uomo, ActionAid, Atelier Renata Marseille, El Moderno Gallery (Madrid), Garance and Marion (Venezia), The World of Dot, XXY Studio, Studio Falcinelli, e altri.

Alice Ongaro Sartori

Alice Ongaro Sartori è una curatrice e storica dell’arte, interessata alla cultura visiva e all’editoria con un focus sull’ecologia e lo spazio pubblico. Fa parte di Wetlands, un progetto editoriale dedicato alla giustizia sociale e alla sostenibilità ambientale.