Esseri di mezzo

Published: 16.04.2026

A giugno 2025, nell’insenatura d’acqua tra il Museo delle Civiltà dell’Europa e del Mediterraneo e Fort Saint Jacques, a Marsiglia, vedo un gruppo di ragazzini tuffarsi. I cartelli lo dicono espressamente: “Vietato nuotare”, ma loro sono a proprio agio tra l’imbarcadero e il mare e continuano a lanciarsi e risalire, lanciarsi e risalire. In mezzo tra terra e acqua.

Parlano un francese veloce e stretto. Non capisco quasi nulla di quello che si dicono mentre stringono i denti per l’eccitazione dei tuffi e il freddo. Giocano. Alcuni hanno la pelle olivastra, altri sono scottati dal sole. Si tuffano a braccia conserte, di piedi, ma anche di testa aprendo le braccia. Ciò che penso mentre li guardo urlare e ridere per quasi due ore è solo una cosa: gabbiani.

I gabbiani reali (Larus michahellis) con le zampe gialle, qualche macchia bianca sulla coda, diversi dai gabbiani comuni ritratti nei fumetti di Hugo Pratt, attraversano da sempre la laguna veneta, ma vivono nella città di Venezia da poco più di due decenni. La storia dei gabbiani reali è quella di una migrazione interrotta. Si tratta di una tra le specie che preoccupano le amministrazioni di molte città italiane ed europee — come Marsiglia, Porto, Napoli, Roma, Trieste —  in tema di gestione della fauna selvatica inurbata. La città, in quanto spazio abitato,  è diventata invitante: c’è sempre cibo a disposizione, una temperatura ideale e costante, tanti edifici vuoti su cui potersi riprodurre, il mare che si è alzato. Attorno al 2000 le ‘magoghe’ (termine dialettale veneziano con cui ci si riferisce ai gabbiani reali) vengono viste per la prima volta nidificare sui tetti dell’isola di Venezia. Le persone non sono abituate a vederle tutto l’anno e, soprattutto, non sono abituate a vederle in città.
Il mare, le coste sabbiose, le saline, gli isolotti in mezzo all’acqua lontano dai predatori sono gli habitat ordinari di questi animali che hanno bisogno di praticare una specifica coreografia riproduttiva per covare, posizionandosi ad una certa distanza gli uni dagli altri.

Danilo Mainardi, etologo e ricercatore veneziano scomparso nel 2017, e Cecilia Soldatini, esperta in ecologia di uccelli ed ecosistemi marini, effettuano i primi studi sulla colonia di gabbiani reali recentemente insediatasi in centro storico e in alcune terre emerse a sud del Ponte della libertà (Mainardi & Soldatini, 2006). Poi, per quasi 10 anni, lo studio e il monitoraggio della popolazione di gabbiano reale, che continua a crescere,  prosegue grazie a Francesca Coccon, ornitologa, naturalista e ricercatrice del consorzio CORILA, all’ex Magistrato delle Acque. Il progetto di ricerca vede la compartecipazione di VERITAS perché i gabbiani in città hanno iniziato a beccare i rifiuti, bucando i sacchetti della spazzatura, minando all’estetica e alla pulizia urbana.

I gabbiani.

Io e Francesca ci siamo conosciute a marzo 2024 quando ho iniziato una ricerca tesi per raccontare le interazioni tra esseri umani e gabbiani nella città di Venezia. In vent’anni, si erano infatti co-generate una serie di relazioni conflittuali e/o di alleanza tra le specie, che mi hanno colpita e affascinata. Esseri umani e gabbiani: volevo osservarli meglio, discuterne gli intrecci che li legano al contesto socio-ecologico lagunare, capire quando si odiano e quando si amano. Fin dall’inizio mi sono chiesta come avrei potuto fare antropologia con esseri non umani e umani vicini di casa; come avrei potuto modificare il modo di vedere le cose a cui ero solita affidarmi. Ugo Fabietti ne L’identità etnica (1992) scrive che mettersi dal punto di vista dell’antropologia è praticare una “sospensione del giudizio”, mettendo in discussione quelle idee che per “forza della tradizione” siamo abituati a pensare come ovvie; abitudini di linguaggio e rappresentazioni, dice Fabietti, che ci hanno incatenato . Isabelle Stengers parla di “rallentare il ragionamento” (2005) quando tentiamo di comprendere conflitti, differenze e assonanze tra gli esseri. Rallentare permette di dare il tempo a ulteriori riflessioni di nascere, invece di avanzare una rapida risoluzione dei problemi che dà per scontato che le cose sono così e si fanno così.

Fare antropologia significa rallentare e chiedersi come e perché qualcosa ‘è’ e ‘agisce’ nel presente, con la consapevolezza che la maggior parte delle volte una risposta unica non c’è.

Allora ho rallentato. Ho parlato con tante persone, visto gabbiani selvatici diventare domestici, dubitato della linea politica che separa la natura dalla città.  Mi sono chiesta perchè il gabbiano reale è considerato una specie autoctona, ma al contempo parassitaria, a volte chiamata ‘invasiva’, termine con cui di solito si parla di specie alloctone, che sono trasferite (o si trasferiscono da sé) da un habitat ‘originario’ ad un altro, provocando degli scompensi e mutamenti biologici.
E chi è il gabbiano reale per l’uomo che lo vede, sente il suo garrito, lo attacca, lo ferisce e lo insulta a Venezia?
Il gabbiano reale non è sempre stato, piuttosto ‘è diventato’ una specie “minacciosa”, “problematica”.

I gabbiani reali sono residenti in città. Camminano più di quanto volino.

Un amico pescatore una volta li ha chiamati i ‘maiali della laguna’, facendomi rendere conto di come fosse avvenuta una vera e propria riconfigurazione delle possibilità e scelte di movimento dei gabbiani reali urbani. In antropologia viene chiamata ‘affordativa’ la capacità di un soggetto di riconoscere ed interpretare come accessibili ai propri bisogni le cose del mondo (Gibson, 1977 in Keane, 2014; Ingold, 2022; Benussi, 2022). La capacità affordativa  non è unidirezionale, con un soggetto che agisce su un oggetto passivo, ma è relazionale e potenziale, dipendendo dalle caratteristiche combinate dei corpi.
Così al modificarsi delle caratteristiche che rendono il mare e la laguna di Venezia accessibile al gabbiano reale, la città si fa habitat favorendo la permanenza, la riproduzione e l’alimentazione della specie. Questa riconfigurazione ambientale pone i gabbiani reali in una posizione ontologica ibrida per cui oggi non si riesce più a dire se si tratti di una specie domestica o selvatica.  A me piace chiamarli esseri di mezzo.  Sono di mezzo perchè abitano ecologie ‘in-between’, (Whitehouse, 2015) spazi di intersezione, tra la città, la laguna e il mare. Non solo, sono una specie protetta ma, come altre specie urbane, i colombi o i ratti, diventano troppi posizionandosi in una “condizione ontologica di sterminabilità” (Timeto, 2020).
“Di mezzo” perché sono scomodi, stridono con il mantenimento del decoro e della pulizia urbana, non permettono ai turisti né ai residenti di passeggiare tranquillamente perchè hanno imparato a rubare il cibo dalle mani: sono un danno per i commercianti. All’Oasi di Ca’ Roman sono stati dotati di una morale riprovevole perché mangiano le uova di fratino, specie a rischio. “Di mezzo” anche nelle opinioni dei residenti, tra chi li accoglie in casa, li difende, li ciba dalle finestre, a chi li detesta e li colpisce. Il gabbiano è un animale fragile. “E’ leggero come un piuma”, mi dice Teresa che ha adottato per qualche mese un pullo di gabbiano ritrovato a terra. Ci vuole molto poco a rompergli le ossa. “Basterebbe così poco per salvarli quando vengono investiti”, mi spiega Antonio che nel suo giardino di casa ha 5 gabbiani mutilati e incapaci di volare.
Le forti piogge di giugno 2024 e le ristrutturazioni edilizie 110 hanno ostacolato la riproduzione di molte coppie, tanto che, ad oggi, sono numericamente stabili, anzi, diminuiscono (Coccon, 2024).
In questo tempo, e nelle città, il gabbiano reale è diventata una specie compagna, come direbbe Donna Haraway (2013), soggetta come gli esseri umani a cambiamenti e fratture sociali, ambientali, politiche, economiche, sanitarie.
Il gabbiano reale è vivo e agisce in relazione con gli esseri umani e le infrastrutture della città. Il gabbiano è anche un essere terreno (Haraway, 2019), che vivendo si compone di esperienze e azioni intrecciandosi all’esperienza e azioni degli esseri umani. Continuo ad interrogarmi sulla complessità e la pericolosità dell’avvicinarsi delle specie selvatiche. E mi chiedo chi può ancora definirsi selvatico se le cose degli uomini occupano gli spazi delle altre specie? Come e quando siamo responsabili della vita e della morte degli animali che consideriamo lontani?
Mentre scrivo ritorna alla mente il vento fresco e umido di giugno e quel gruppo di ragazzini pieni di forze che non rispettano le regole in una città veloce e piena. Un gruppo di ragazzini incontenibili e incontrollabili che si chiamano e si rincorrono.
E poi riaffiora subito l’odore di pesce, sale,  il  tempo passato al mercato di Rialto e nei campi di Venezia più frequentati dove vedo il continuo e frenetico scambio di sguardi tra umani e gabbiani per contendersi il cibo ed evitare di farselo rubare.
Gabbiani umani. Umani gabbiani.

 

 

Eleonora Puliero

Eleonora Puliero è laureata magistrale in Antropologia culturale, Etnologia ed Etnolinguistica con una tesi che si interessa di ecologia urbana multispecie e processi di inurbamento della fauna selvatica. Dal 2024 collabora con Metagoon e Ardór in qualità di ricercatrice e scrittrice. Attraverso l’analisi delle inter(el)azioni tra esseri umani, non umani e ambienti approfondisce le dinamiche e i processi che intrecciano le specie.